L’Arte di Freud

Già lo stesso Freud si interessò all’arte. Egli definisce l’artista come “uomo che si distacca dalla realtà poiché non riesce ad adattarsi alla rinuncia al soddisfacimento pulsionale che la realtà inizialmente esige, e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita della fantasia” (1911). L’artista, cioè, “trasforma le sue fantasie in una creazione artistica invece che in sintomi” (ibidem). Per cui, il prodotto artistico si rivela specchio del mondo interno del soggetto, delle sue strutture e dei suoi processi psichici, e la creazione artistica diventa materiale di interpretazione per l’analista.
Anche se è evidente la concezione patologica dell’arte (Freud coniò anche il termine patografia), e l’attenzione rimane sul prodotto più che sul processo artistico, resta però il fatto che già Freud aveva colto la straordinaria peculiarità dell’arte come strumento privilegiato di accesso ed espressione dei propri contenuti interni.

Arteterapia: Le Origini

L’arteterapia come tecnica terapeutica e riabilitativa si è sviluppata solo di recente (circa una cinquantina di anni fa) in seguito ai successi ottenuti da alcuni specialisti in attività creative nell’ambito dell’assistenza sanitaria, della riabilitazione e dell’educazione speciale.
Il concetto stesso di arteterapia è dunque relativamente nuovo. Le sue origini, tuttavia, possono essere rintracciate nell’antico ed eterno rapporto tra cultura, arte e sviluppo sociale. “Alcuni autori sono arrivati a suggerire che tra arti e società esiste un legame inscindibile: perciò, la salute di una società si riflette nella sua attività artistica, e viceversa. Analogamente, si è detto che l’esercizio del diritto a produrre la propria impronta creativa può essere considerato come indice di salute dell’individuo.” (Warren,1993).
Da sempre l’arte è considerata una forma di comunicazione importante, che riesce ad arrivare dove le parole non riescono ad arrivare. Proprio per questa sua peculiarità l’arte è stata spesso oggetto di interesse per molti studiosi nel campo della psicologia.

Il Valore dell’Arte

“L’arte ha valore per la sua capacità di perfezionare la mente e la sensibilità più che per i suoi prodotti finali” (Fred Gettings, 1966)
Ciò non toglie che queste impronte creative, e cioè i prodotti finali dell’espressione artistica, possano svolgere altre importanti funzioni. Prima di tutto rappresentano per “il creatore” una traccia di sé, la testimonianza della propria auto-affermazione e il ricordo delle esperienze vissute durante la sua produzione, e dunque un punto di partenza per ulteriori riflessioni. Inoltre, in quanto rappresentazione simbolica del mondo interno del soggetto, rappresenta per il terapeuta uno strumento privilegiato di accesso ai suoi contenuti interni, e dunque un materiale molto ricco ai fini della diagnosi e di una maggior comprensione del paziente.

Il focus dell’ArteTerapia

Il focus dell’arteterapia, più che sul prodotto artistico finale, è sul processo creativo in sé. Ciò che è importante è soprattutto l’esprimersi, il creare.
Impegnarsi in un’attività creativa, infatti, coinvolge l’individuo nella sua totalità mente-corpo, ne attiva le più svariate modalità sensoriali e comunicative e ne stimola la creatività. In questo modo viene favorito un accesso più autentico e genuino ai propri contenuti interni, per cui l’individuo potrà contattare le parti più intime di sé, esprimere liberamente le proprie emozioni e sperimentare aspetti di sé o abilità fin ora ignorati, in un percorso che conduce ad una maggiore consapevolezza e accettazione di sé, punto di partenza indispensabile per qualsiasi cambiamento che sia reale e profondo. In questo senso il processo creativo, al di là del contenuto e del risultato finale, è già terapeutico in sé.

Cos’è l’ArteTerapia?

L’arteterapia può essere definita come l’insieme dei trattamenti terapeutici che utilizzano le più svariate attività artistiche e creative (pittura, scultura, scrittura, musica, danza, teatro, cinema, e così via) allo scopo di promuovere la salute e favorire la guarigione, e si propone come una tecnica dai molteplici contesti applicativi, che vanno dalla terapia e la riabilitazione al miglioramento della qualità della vita.
Le risorse utilizzate e attivate sono le potenzialità che ognuno di noi possiede, chi più chi meno, di elaborare il proprio vissuto e di esprimerlo creativamente; dove educare sta per e-ducere, cioè portar fuori e, nella pratica terapeutica e riabilitativa, portar fuori dal buio verso una maggiore conoscenza e consapevolezza.

Movimento: Cambiamenti nel corso della vita

Lo studio evolutivo del movimento deve cominciare dall’utero. I neonati umani, infatti, apprendono le abilità motorie attraverso l’interazione tra maturazione neurale, cambiamenti fisici ed esperienza.
Anche se le capacità di base come, ad esempio la deambulazione, sono disponibili dalla nascita, si sviluppano più tardi nel tempo dato che né il sistema scheletrico né l’organizzazione muscolare sono sufficientemente sviluppate.
Osservazioni sperimentali hanno confermato la comune osservazione che diventando vecchi, siamo più deboli e lenti. La forza fisica raggiunge il suo picco negli uomini di età compresa tra i 20 e i 29 anni e mostra un veloce declino nella decade successiva. Le basi fisiologiche del declino motorio sono evidenti a molti livelli del sistema neuromotorio: si hanno cambiamenti sia neurochimici che neuro-anatomici nel cervello.
Più o meno tutti gli impulsi motori modificano la loro forza e questo decremento sembra dipendere da variazioni delle proprietà dei muscoli e delle articolazioni. Studi sulle prestazioni umane in contesti lavorativi indicano che il declino è meno evidente negli individui che fanno lavori pesanti.
Anche la velocità viene influenzata dall’età: sia i compiti motori semplici che quelli complessi necessitano di un tempo maggiore per essere eseguiti dopo il periodo di picco tra i 20 e i 29 anni.
Causa del decremento sono i cambiamenti nel sistema muscolare e nelle reti di elaborazione delle informazioni che organizzano i movimenti.
Il rallentamento di compiti che coinvolgono movimenti muscolari fini (ad esempio la scrittura), è causato, non da limitazioni a livello muscolare ma da modificazioni dell’elaborazione centrale che guida i movimenti.

Disturbi del movimento umano

Molte malattie muscolari sono apparentemente caratterizzate da anormalità biochimiche che conducono a cambiamenti strutturali del muscolo. Questi disturbi sono noti come distrofia muscolare, dove sintomo comune delle sue varie forme è la distruzione dei muscoli. Molti tipi di distrofia sono ereditari, colpiscono quasi esclusivamente bambini di quattro-sei anni e portano a morte in età giovanile.
La paralisi flaccida si verifica generalmente quando una porzione considerevole del midollo spinale è stata distrutta. Essa consiste nella perdita dei riflessi al di sotto del livello della lesione.
I danni al midollo spinale generalmente hanno origine da forze applicate a collo o schiena che rompono le ossa e comprimono il midollo spinale: l’accelerazione improvvisa della testa rispetto alla schiena, come accade ad esempio negli incidenti stradali, può lesionare il midollo spinale.
Nella sclerosi lateriale amiotrofica, raro disturbo degenerativo, i motoneuroni del tronco encefalico e del midollo spinale vengono distrutti e i muscoli loro connessi degenerano. Questa malattia paralizza progressivamente una persona, pur lasciandone intatte le abilità intellettuali.
Nel morbo di Parkinson sono colpiti i nuclei della base. Si ha una degenerazione progressiva delle cellule contenenti dopamina della substantia nigra del cervello.
Si verifica una perdita del tono muscolare facciale, un rallentamento del movimento, tremori regolari di mani e faccia anche da fermi e camminata con portamento rigido. Vi è inoltre una diminuzione delle azioni spontanee ed enorme difficoltà in tutti gli sforzi motori. Spesso è associato un marcato declino cognitivo nel corso della malattia.
Il morbo di Huntington implica invece movimenti eccessivi causati dal deterioramento dei nuclei della base. E’ probabilmente trasmesso da un singolo gene dominante. Vi è perdita di agilità, sobbalzi involontari, movimenti oculari privi di scopo e contorsioni del corpo. Con l’avanzare della malattia anche deterioramento intellettivo.

Movimento: Il punto di vista neurobiologico

Le azioni adattive sono determinate da istruzioni generate da processi neurali che avvengono nel cervello e nel midollo spinale; questi, a loro volta, provocano un’attività neurale nelle cellule nervose responsabili dell’eccitazione muscolare: i motoneuroni (via finale comune che collega l’attività di parte del midollo spinale e del cervello ai muscoli) connessi ai muscoli.
Alcune proprietà delle azioni dipendono dalle caratteristiche dello scheletro e dei muscoli stessi, dato che proprio quest’ultimi controllano i movimenti del sistema scheletrico.
Un muscolo è composto da migliaia di singole fibre muscolari. La contrazione di queste determina un movimento o il mantenimento della postura, in base al modo in cui il muscolo è attaccato ad un osso o a più ossa, mediante i tendini. Se sono organizzati in modo tale che quando un gruppo si contrae l’altro si estende, significa che sono tra loro antagonisti, altrimenti, se agiscono insieme sono detti sinergici.
Quando un motoneurone ha integrato tutte le informazioni provenienti dal cervello e dal midollo spinale, può generare un potenziale d’azione. I messaggi neurali raggiungono poi le fibre muscolari nella giunzione neuromuscolare, la zona, cioè, dove il terminale del motoneurone ed un insieme di fibre muscolari si incontrano.
Per produrre movimenti corporei coordinati e rapidi, i meccanismi integrativi di cervello e midollo spinale devono ricevere informazioni sullo stato dei muscolo e la posizione degli arti. Sequenza e intensità dell’attivazione muscolare sono controllate dai recettori sensoriali.
Le vie nervose provenienti dal cervello controllano aspetti differenti del movimento.
Ad esempio, la corteccia motoria primaria controlla l’esecuzione motoria, la corteccia motoria non primaria media le risposte apprese, il cervelletto influenza i programmi motori, la durata e la coordinazione delle azioni ed i nuclei della base (i nuclei del proencefalo), che ricevono le informazioni da una estesa regione della corteccia cerebrale, modulano i movimenti.

Movimento e Sistemi di Controllo

Nei meccanismi di controllo a circuito chiuso come, ad esempio, il controllo endocrino, il flusso delle informazioni da un qualunque punto sotto controllo ritorna indietro al meccanismo che controlla il flusso.
I meccanismi di controllo a circuito aperto invece non coinvolgono forme esterne di feedback: la risposta viene misurata mediante un sensore ma l’attività è pre-programmata. Questi tipi di controllo sono necessari nel caso di sistemi che devono rispondere così velocemente da non avere tempo a disposizione per una dilazione dovuta ad un messaggio di feedback.
Poiché non c’è feedback, i sistemi a circuito aperto necessitano di altri modi per ridurre la possibilità di essere e la variabilità. Impiegano dunque meccanismi che forniscono un segnale di controllo che anticipa un potenziale errore.
Nei sistemi viventi l’accurata anticipazione può dipendere da un apprendimento precedente, sul quale ci sono differenti posizioni teoriche, che vanno dalla semplice illustrazione di un percorso per prove ed errori (si inizia dallo stadio cognitivo dove si ha un’idea mentale del compito, si passa poi a quello associativo dove si sperimentano varie soluzioni, fino a quello automatico, con l’esecuzione di azioni con scarsa consapevolezza), alla più complessa teoria dello schema di azione dove la prestazione è la conseguenza di un ipotetico programma motorio cerebrale che controlla la sequenza temporale e la forza delle risposte neurali dirette ai muscoli (il flusso motorio in uscita).

Psicologia e Movimento: Definizioni

Ogni movimento coordinato implica la presenza di meccanismi nervosi sottostanti che permettono di scegliere i muscoli adatti e le loro modalità di funzionamento.
Il piano che trasforma l’idea di azione in azione vera e propria è detto piano motorio o programma motorio: i movimenti e le azioni complesse vengono controllate e prodotte da un insieme di comandi diretti ai muscoli che vengono stabiliti prima che un’azione accada.
Chi parla, ad esempio, pare abbia un piano in cui molte unità (i suoni linguistici) sono parte di un insieme più ampio. Talvolta le unità sono collocate in modo errato sebbene lo schema sia preservato.
Il ruolo del feedback sarebbe quello, secondo Pearson di informare il programma motorio riguardo al modo in cui l’esecuzione sta proseguendo.
C’è una notevole differenza tra movimenti e azioni.
I riflessi semplici includono brevi e unitarie attività del muscolo chiamate comunemente movimenti. Essi sono eventi distinti e, in molti casi, limitati ad una singola parte del corpo come, ad esempio, un arto.
I comportamenti complessi invece sono caratterizzati spesso da sequenze, ad esempio i diversi movimenti di molte parti del corpo e sono chiamati azioni o schemi d’azione.
Entrambi i comportamenti possono essere oggi facilmente misurati attraverso l’elettromiografia, procedura che registra l’attività elettrica dei muscoli attraverso degli elettrodi posti su un muscolo o sulla pelle che lo ricopre.